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Basket Sharks Roseto intervista con coach Di Paolantonio

Ogni equipaggio che si rispetti ha il proprio condottiero, ed in questi Roseto Sharks che stanno navigando imperiosamente nel mare dell’A2 il timone è retto saldamente da Emanuele Di Paolantonio.
Alla prima esperienza da capo-allenatore, in una piazza tanto affascinante quanto esigente come quella rosetana (a maggior ragione per chi ha scritto Teramo nella propria carta d’identità) e con tanti intoppi iniziali, la navigazione non si prospettava certo delle più tranquille: ma il giovane coach biancazzurro giorno dopo giorno, un passo per volta, ha saputo creare un’identità tecnica e mentale a questa squadra, rendendo importanti e funzionali tutti gli elementi a propria disposizione, guadagnandosi fiducia e rispetto dal gruppo con umiltà e autorevolezza. In questa intervista ci racconta cosa c’è dietro il grande campionato della Visitroseto, oltre alle sensazioni personali sull’essere allenatore, padre e molto altro. Buona lettura!
Dopo venticinque giornate Roseto occupa la quinta posizione in classifica, ed ha raggiunto già da diverse settimane l’obiettivo dichiarato della salvezza. Un risultato straordinario, considerando le premesse con cui questa stagione era cominciata …

Sicuramente finora il nostro campionato ha superato le aspettative un po’ di tutti, comprese le nostre. Siamo partiti come un cantiere aperto, che ha avuto problemi di vario genere nel precampionato ed ha  subito dovuto cambiare il proprio assetto: non ero particolarmente preoccupato, pur se ovviamente nessuno era del tutto sereno non sapendo a cosa saremmo andati incontro. Nella preseason vincere lascia il tempo che trova, ma è importante iniziare a costruire ed a noi è stata utile per capire che avremmo dovuto cambiare qualcosa: alla lunga però sapevamo che il lavoro quotidiano avrebbe pagato, permettendoci di trovare un’identità e inanellare una serie di risultati positivi che ci hanno dato fiducia.
A chi attribuisci i meriti principali di questo splendido cammino?
Il merito è di tutti: della squadra che va in campo, delle persone che lavorano quotidianamente nell’ombra, dagli assistenti ai preparatori, passando per team manager, fisioterapista, medico e addetto stampa, oltre ovviamente al general manager Vittorio Fossataro che è una figura per noi imprescindibile. Della società, che ha motivato e investito fortemente su questo nucleo, e poi dei nostri tifosi: ci hanno sostenuto standoci sempre vicini, dal precampionato a oggi ed anche nelle trasferte più lontane con tanti sacrifici. La perfetta miscela di tutte queste componenti, come auspicavo fin dall’inizio di questa avventura, è stata fondamentale per arrivare fin qui.
Alla tua prima assoluta da capo-allenatore, una vittoria convincente e inaspettata a Verona: che sensazioni ti ha trasmesso, e quanto è stato importante partire così?
Dal precampionato in poi non mi sono ancora fermato per riprendere fiato, e realizzare bene quello che è stato il susseguirsi di emozioni in questa stagione: l’esordio, la prima vittoria, la prima sconfitta, il primo ciclo positivo, quello negativo e così via, tutte situazioni per me completamente nuove nel ruolo in cui le sto vivendo quest’anno. Quella di Verona è stata comunque la gara che ha dato il là alla nostra grande partenza, regalandoci un’iniezione di fiducia fondamentale, ed ha certamente rappresentato una delle tappe-chiavi del nostro percorso. Ma solo quando il campionato sarà finito, a bocce ferme, riuscirò a fare un bilancio generale di tutto ciò che è successo.
Spesso si parla di allenatori offensivisti, difensivisti, votati a questa o a quella caratteristica: nel tuo caso, possiamo definirti un coach che si adatta al materiale che ha a sua disposizione, cercando di sfruttare le migliori peculiarità di ogni suo giocatore senza imporre una sua idea predefinita?
Ho un mio modello di pallacanestro, che è ovviamente in continua evoluzione: provo a mettere in campo le mie idee, plasmandole però a seconda dei giocatori che alleno. Quest’anno facciamo delle cose che magari il prossimo, con un’altra squadra ed in un contesto differente, non si potrebbero fare: non dobbiamo comunque mai dimenticarci che in campo vanno i giocatori, ed il nostro ruolo è quello di metterli nelle migliori condizioni possibili per rendere al meglio.
Un altro aspetto a cui hai sempre dato molta attenzione è quello umano, per la capacità di ascoltare i tuoi giocatori e porti nella maniera giusta con ognuno di loro.
Non so se sia davvero così e non devo essere io a dirlo, ma certamente in uno sport di squadra l’aspetto umano ed in particolare quello comunicativo sono componenti importantissime. Da parte mia,spero che i messaggi che cerco di lanciare ai miei giocatori vengano recepiti correttamente: per farlo, bisogna cercare di rapportarsi con tutti nella maniera giusta, anche ovviamente in base alla persona che si ha di fronte, sempre rispettando i ruoli e i singoli obiettivi ma senza dimenticare che tutto viene fatto con un obiettivo comune che si chiama Squadra.
A livello di singoli, l’evoluzione più prorompente e per certi versi inaspettata è stata probabilmente quella di Brandon Sherrod.
Come tutti gli altri, ha necessitato di un processo di adattamento: è ovviamente cresciuto molto, ma lo ha fatto insieme alla squadra. E’ un giocatore che mette in campo tantissima energia in difesa e a rimbalzo,caratteristiche che non si possono insegnare e per le quali lo abbiamo firmato. A queste ha poi saputo aggiungere anche doti offensive, peraltro ancora molto migliorabili sia nel gioco fronte che spalle a canestro: sta beneficiando anche del gioco di squadra, e delle situazioni che vengono a crearsi dai pick n’roll con gli esterni. La sua rapidità nel coprire gli spazi, correre il campo e chiudere negli spazi brevi gli permette di essere un elemento sempre più importante, la cui parabola coincide però con quella di tutta la squadra.
Per la tua prima avventura da capo-allenatore hai scelto una piazza esigente come Roseto, peraltro reduce da un campionato di buonissimo livello: non certo la situazione più facile per un esordiente. Cosa ti ha spinto ad iniziare proprio dal Lido delle Rose?
Innanzitutto, prima che io abbia scelto Roseto è stata Roseto a scegliere me, e non finirò mai di ringraziare il presidente Cimorosi, il vice-presidente Cianchetti ed il gm Fossataro per avermi dato questa opportunità. Era un’occasione che aspettavo e cercavo: onestamente non avrei mai pensato di fare anche il direttore sportivo nel mio primo anno da head coach, e di farlo a Roseto contro cui avevo giocato tante volte da avversario. Ma è stata una bellissima sorpresa, anche perché qui si vive di basket e c’è un canestro in ogni angolo della strada: allenare in un posto che trasuda di pallacanestro come questo è una responsabilità ancora più grande.
Quanto ti sta aiutando la presenza di Domenico Faragalli, con cui hai stabilito negli anni un grande feeling?
Con Domenico c’è un rapporto speciale, anche a livello extra-cestistico, che ci porta a capirci con un  semplice sguardo: abbiamo condiviso un lungo percorso a Teramo, portiamo avanti un’attività estiva insieme, e l’uno sa sempre di cosa ha bisogno l’altro. Lo reputo inoltre uno dei migliori professionisti nel suo ruolo in Italia, ed una persona che riesce a incidere in tanti aspetti: ha la capacità di mettere i giocatori a proprio agio, e portarli tutti in un’unica direzione che è quella della squadra. Un vero e proprio pilastro del nostro staff, con cui ho il piacere e l’onore di condividere questa avventura.
Tornando un po’ indietro nel tempo, raccontaci di com’è nata la tua passione per il basket e della molla che ti ha spinto fin da giovanissimo verso il ruolo di allenatore.
Ho iniziato con il minibasket durante le scuole elementari spinto da Stefano Piersanti, uno dei miei migliori amici da sempre, che mi portò alla Casa dello Sport di Teramo per fare un allenamento. Da lì non ho praticamente più smesso: come tutti volevo giocare e ci ho provato, ma i risultati non erano molto entusiasmanti e così compiuti i 18 anni ho svolto il primo corso da allenatore. Programmare, organizzare gli allenamenti, provare ad insegnare qualcosa erano aspetti che mi piacevano molto, e poi ho avuto la fortuna di essere chiamato a 20 anni come terzo allenatore nello staff di Gramenzi e Cancellieri: quello è stato il vero e proprio inizio del mio percorso.
Qual è stato invece l’aspetto più difficile nel passaggio da assistente a primo allenatore?
La differenza principale sta nelle responsabilità: ho avuto la fortuna di lavorare all’interno di staff altamente qualificati, dove il mio ruolo era sempre importante e ben definito. Il capo-allenatore però ha un carico di pressione molto diversa, non solo in partita ma anche nella gestione settimanale della squadra e di tutte le sue componenti: a livello di stress, è un salto notevole.
Nella tua carriera da assistente hai avuto tanti maestri importanti: da chi hai appreso di più?
Nella formazione del mio modello di allenatore ho avuto la possibilità di collaborare con tantissimi colleghi di livello assoluto, anche tra gli assistenti quando ero il terzo (Vanoncini, Ramondino, Cancellieri, Comuzzo per citarne alcuni, senza dimenticare il compianto Tarcisio Vaghi). Con il passare degli anni il mio bagaglio di esperienza si è accresciuto sempre di più, lavorando a contatto stretto con allenatori del calibro di  Gramenzi, Pancotto, Boniciolli, Dalmonte, Bianchi, Trullo, Recalcati, Magro e Ramagli: ognuno di loro mi ha ovviamente lasciato qualcosa, con quest’ultimi in particolare si è creato un forte rapporto umano che va avanti ancora oggi. Un’altra persona fondamentale nel mio percorso è stata ovviamente Andrea Capobianco, che ho avuto nei corsi per allenatore ed anche in quelli da formatore, oltre ad essere stato il mio head-coach nei due anni e mezzo trascorsi insieme a Teramo.
A proposito del tuo ruolo di formatore, qual è il consiglio che ti senti di dare ai giovani allenatori che vogliono intraprendere questo percorso?
Il bello di questo lavoro è quello di imparare ogni giorno: dai giocatori più esperti a quelli giovani, ognuno di loro mi insegna quotidianamente qualcosa. Auguro a chi inizia questo percorso di avere la stessa fortuna: siamo ovviamente anche degli insegnanti, e mentre cerchiamo di far passare delle nozioni avere la possibilità di apprendere allo stesso tempo qualcosa in più è davvero molto gratificante.
La vita dell’allenatore però non è tutta rose e fiori …
Si, perché è un mestiere molto particolare e ‘totalizzante’: a differenza di altri lavori in cui finite le tue ore puoi staccare e dedicarti ad altro, noi passiamo meno tempo sul posto di lavoro, ma poi a casa o in ufficio si guardano partite, si studiano avversari, si analizzano statistiche e non si smette mai di pensare alla strategia da utilizzare nella prossima partita. Ho però la fortuna di avere una moglie che oltre a supportarmi ed a “sopportarmi”, si occupa di tutt’altro, ed ha seguito poco lo sport anche prima di conoscermi: parlando con lei riesco a ‘staccare’. Da un anno e nove mesi poi ho un piccolo ultrà dentro casa, e dovendo corrergli dietro penso meno alla pallacanestro!
Quanto è cambiata la tua vita diventando padre?
Anche in questo caso si avverte fortemente la differenza di ‘ruolo’ e responsabilità: adesso ne ho una enorme nei confronti di una persona che insieme a mia moglie Marianna devo educare e crescere, cercando di limitare al massimo gli errori. Questa responsabilità contiene però una gioia indescrivibile, che aumenta di giorno in giorno.
Cosa ti aspetti dal futuro?
E’ una domanda molto difficile: svolgo un lavoro che per forza di cose mi porta a cambiare, e non so cosa succederà alla fine di questa stagione né della prossima. Spero di rimanere sempre il più vicino possibile alla mia famiglia, restando sempre ‘connesso’ a loro anche se dovessero capitare esperienze che mi allontaneranno fisicamente come è avvenuto in passato.
Tornando all’attualità, sabato c’è l’affascinante sfida alla Fortitudo Bologna: due squadre che nei pronostici estivi partivano agli antipodi, ed a cinque giornate dalla fine sono invece appaiate in classifica. Che sensazioni hai?
Le stesse di ogni partita, anche se ovviamente affrontiamo una squadra di enorme tradizione, con un pubblico importante alle spalle e costruita con obiettivi diametralmente opposti dai nostri, volendo tornare al più presto nell’èlite del nostro basket. Sono inoltre guidati da quello che è sicuramente uno dei migliori allenatori del nostro Paese, e che è stato un precursore in tanti aspetti della vita dell’allenatore. Noi nel nostro piccolo ci stiamo difendendo, e vogliamo continuare a sognare: questa gara arriva nel momento giusto, perché classifica alla mano, oggi, i valori sono gli stessi. Come mantra dovremo avere una famosa frase di Steve Jobs, che in una conferenza all’università di Stanford disse ‘Stay Hungry, Stay Foolish’: per toglierci altre soddisfazioni dovremo essere proprio così, affamati e folli!

Luciano Di Giulio

Direttore responsabile di questa testata, esperto musicale e veterano giornalista della provincia di Teramo. E' iscritto, dal lontano 1992, all'Albo dei Giornalisti d'Abruzzo, elenco pubblicisti. Ha diretto diversi progetti editoriali e ha partecipato alla realizzazione di diverse pubblicazioni librarie.